"...La Verità è una terra priva di sentieri... non può essere portata al nostro livello, piuttosto noi dobbiamo salire al suo... non si può portare la cima della montagna in una valle... allo stesso modo non è possibile organizzare un credo, una fede... sono aspetti intimi, non si possono né si devono organizzare... se lo fate muoiono, si cristallizzano, diventano convinzioni sistematiche, sette o religioni da imporre forzatamente agli altri... quando create organizzazioni con questi propositi, divengono puntelli, menomazioni, catene, che vi ostacoleranno sino a mutilarvi, vi impediranno di riconoscere la vostra unicità... il vostro unico ed esclusivo modo di procedere verso la Verità... nel preciso istante in cui iniziate a seguire qualcuno cessate di seguire la Verità... intendo determinare un cambiamento specifico nel mondo, e realizzerò questo mio proposito con imperturbabile concentrazione... intendo liberare l'uomo da tutte le gabbie, da tutte le paure... voglio impedire che si creino nuove dottrine o filosofie, e che si fondino nuove religioni o nuove sette..."

Il nocciolo dell'insegnamento di Krishnamurti è contenuto nell'affermazione, risalente al 1929, secondo cui: "La verità è una terra priva di sentieri". Essa non può essere raggiunta dall'uomo che utilizzi come tramite un'organizzazione, un credo, un dogma, un prete, un rituale, una conoscenza filosofica o una tecnica psicologica. L'uomo deve andarle incontro con lo specchio del rapporto, penetrando e comprendendo i contenuti della sua stessa mente mediante l'osservazione, e non tramite l'analisi intellettuale o la dissezione interiore. L'essere umano, per bisogno di sicurezza, ha edificato dentro di sé immagini di ordine religioso, politico, sociale, personale. Tali immagini vengono espresse sottoforma di simboli, idee, convinzioni, il cui fardello domina il nostro pensiero, i nostri rapporti, la nostra vita quotidiana. Esse sono la prima causa dei nostri problemi, poiché separano gli uomini l'uno dall'altro. La sua percezione della vita è quella modellata da concetti precostituiti nella propria mente. Il contenuto della sua coscienza è la sua intera esistenza. Tale contenuto è comune a tutta l'umanità. L'individualità è nel nome, nella forma e nella cultura superficiale che l'uomo acquisisce dalle tradizioni e dal proprio particolare contesto.Tuttavia l'unicità dell'individuo non risiede nella forma superficiale ma nella totale libertà dai contenuti della propria coscienza, che è comune a tutto il genere umano. Cosicché egli non è un individuo.

Freedom is not a reaction; freedom is not a choice. It is man's pretence that because he has choice he is free. Freedom is pure observation without direction, without fear of punishment and reward. Freedom is without motive; freedom is not at the end of the evolution of man but lies in the first step of his existence. In observation one begins to discover the lack of freedom. Freedom is found in the choiceless awareness of our daily existence and activity.

La libertà non è una reazione, la libertà non è una scelta. La libertà è un'illusione dell'uomo che ha libera scelta. La libertà è pura osservazione priva di direzione, senza timori di punizioni né mire di ricompensa. La libertà è priva di cause; la libertà non è al termine dell'evoluzione dell'uomo bensì nel primo passo della sua esistenza. Con l'osservazione si si viene a conoscenza della mancanza di libertà. La libertà risiede nella consapevolezza priva di scelta della nostra esistenza e attività quotidiane.

Thought is time. Thought is born of experience and knowledge which are inseparable from time and the past. Time is the psychological enemy of man. Our action is based on knowledge and therefore time, so man is always a slave to the past. Thought is ever-limited and so we live in constant conflict and struggle. There is no psychological evolution.

Il pensiero è tempo. Il pensiero è il prodotto di esperienza e conoscenza, che sono inseparabili dal tempo e dal passato. Il tempo è il nemico psicologico dell'uomo. La nostra azione è basata sulla conoscenza e quindi sul tempo, per cui l'uomo è costantemente schiavo del passato. Il pensiero è dannatamente limitato e così si vive continuamente in conflitto e affanno. Cosicché non c'è evoluzione psicologica.

When man becomes aware of the movement of his own thoughts he will see the division between the thinker and thought, the observer and the observed, the experiencer and the experience. He will discover that this division is an illusion. Then only is there pure observation which is insight without any shadow of the past or of time. This timeless insight brings about a deep radical mutation in the mind.

Quando l'uomo avrà consapevolezza del moto dei propri pensieri, noterà la divisione fra il pensatore ed il pensiero, l'osservatore e l'osservato, lo sperimentatore e l'esperienza. Egli realizzerà che tale divisione è un'illusione. Solo a quel punto sopraggiunge la pura osservazione che è comprensione profonda senza ombra alcuna del passato o del tempo. Il discernimento privo del tempo determina una profonda e radicale trasformazione nella mente.
 
Total negation is the essence of the positive. When there is negation of all those things that thought has brought about psychologically, only then is there love, which is compassion and intelligence.

La negazione totale è l'essenza del reale. Quando c'è la negazione di tutte le cose che il pensiero ha psicologicamente determinato, soltanto allora c'è amore, che è compassione ed intelligenza.

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Questa sintesi dell'insegnamento fu scritta dallo stesso Krishnamurti per soddisfare una richiesta di Mary Lutyens, sua amica sin dall'infanzia nonché autrice della bellissima (biografia) "La vita e la morte di Krishnamurti" biografia che peraltro egli stesso le chiese di scrivere per evitare eventuali equivoci nel futuro e per soddisfare un desiderio: lasciare per iscritto un sufficiente numero di impressioni circa la propria condotta e le esperienze da lui vissute, da mettere poi a disposizione di chi avesse voluto sapere com'era Krishnamurti durante la sua esistenza in vita, per aiutare chi avesse desiderato conoscere le impressioni più intime di chi gli visse vicino o anche per avere maggiori informazioni sul suo modus operandi e conoscere il sentiero che gradualmente lo portò a quello straordinario livello di comprensione di tutte le cose.
 
La stessa Mary Lutyens destinataria del cosiddetto "nocciolo dell'insegnamento" redatto dallo stesso Krishnaji, così si espresse in proposito: «...non è una breve esposizione, ma si potevano esporre le stesse cose in maniera più concisa o più chiara? Forse nella sintesi Krishnamurti non ha sottolineato a sufficienza il suo concetto di creazione delle immagini [su cui invero si espresse copiosamente]. Noi tutti creiamo immagini su noi stessi e sugli altri e sono queste immagini che si incontrano, reagiscono e restano ferite. Sono queste immagini che interferiscono coi veri rapporti fra gli esseri umani, anche i rapporti più stretti...».

 

SUL MEDITARE:
"...se hai intenzione di meditare, non sarà meditazione ... se assumi deliberatamente un atteggiamento, una posizione, per meditare, allora la meditazione diventa un giocattolo, un trastullo della mente. Se decidi di districarti dalla confusione e dall'infelicità della vita, allora diventa un'esperienza dell'immaginazione — e questa non è meditazione. La mente conscia o la mente inconscia non debbono aver parte in essa; non devono neppure essere consapevoli dell'estensione e della bellezza della meditazione. Nella totale attenzione della meditazione non c'è alcuna conoscenza, alcun riconoscimento, né il ricordo di qualcosa che sia già avvenuta. Il tempo e il pensiero sono totalmente cessati, poiché sono il centro che limita la propria visione ... la meditazione non è la semplice esperienza di qualcosa al di là del pensiero e del sentimento di ogni giorno, né la ricerca di visioni e beatitudini ... La meditazione non è fuga dal mondo; non è un isolarsi e chiudersi in sé, ma piuttosto la comprensione del mondo e delle sue vie ... Meditare è deviare da questo mondo ... Dalla negazione nasce lo stato affermativo. Il semplice ottenere l'esperienza, o vivere nell'esperienza, nega la purezza della meditazione. La meditazione non è un mezzo per un fine ... La meditazione è la cessazione del pensiero ... Tutto ciò che il pensiero formula ha in sé il limite dei suoi confini, il pensiero ha sempre un orizzonte, la (vera) mente meditativa non ne ha, l'uno deve cessare perché l'altro possa essere. La meditazione apre la porta ad una vastità che trascende ogni immaginazione o congettura. Il pensiero è il centro intorno al quale c'è lo spazio dell'idea, e questo spazio può essere allargato da ulteriori idee. Ma tale allargamento mediante stimoli di ogni sorta non è la vastità in cui non c'è alcun centro. La meditazione è la comprensione di questo centro e quindi il suo superamento. Il silenzio e la vastità vanno insieme. L'immensità del silenzio è l'immensità della mente in cui non esiste un centro. La percezione di questo spazio-silenzio non procede dal pensiero. Il pensiero percepisce soltanto la sua proiezione, e il riconoscimento di essa è il suo confine ... La meditazione non è un'attività dell''isolamento, ma l'azione nella vita quotidiana che esige cooperazione, sensibilità ed intelligenza. Senza il fondamento di una vita retta la meditazione diventa una fuga e non ha alcun valore. Una vita retta non è l'obbedienza alla morale sociale, ma la libertà dall'invidia, dalla cupidigia e dalla ricerca del potere — che generano inimicizia. La libertà da questi mali non passa attraverso la consapevolezza che di essi si acquista mediante l'autoconoscenza. Senza conoscere le attività del sé la meditazione diviene esaltazione dei sensi e perde ogni significato ... La meditazione non è una continuazione o una espansione dell'esperienza. La meditazione, al contrario, è quella completa inazione che è la cessazione di tutta l'esperienza. L'azione dell'esperienza ha le sue radici nel passato ... la meditazione è lo svuotarsi dell'esperienza, è la totale inazione che proviene dalla mente che vede ciò che è, senza l'ostacolo del passato né del testimone che vive legato alla memoria del passato ... Se non c'è meditazione, sei come un cieco in un mondo di grande bellezza, luci e colori ... Meditare non è ripetere parole, sperimentare visioni o coltivare il silenzio. Questa è una forma di autoipnosi. Meditare non è chiudersi in un pensiero ideale, nell'incanto del piacere. Se tu dici: "Oggi comincerò a controllare i miei pensieri, a sedere quieto nella posizione del meditare, a respirare regolarmente" — allora sei preso nei trucchi con cui inganniamo noi stessi. La meditazione non è l'essere assorti in qualche idea o immagine grandiosa ... La mente meditativa è vedere, osservare, ascoltare senza la parola, senza commento, senza opinione — attentamente e costantemente — il movimento della vita in ogni suo rapporto; allora sopraggiunge un silenzio che è negazione del pensiero, un silenzio che l'osservatore non può richiamare. Se ne facesse esperienza, riconoscendolo, non sarebbe quel silenzio. Il silenzio della mente meditativa non è nei confini dell'individualità, e non ha frontiere ... Una piccola mente squallida e immatura può avere, ed ha, visioni ed esperienze che riconosce secondo il proprio condizionamento ... La meditazione non appartiene a gente come questa, né ai guru. Non è per il cercatore, perché costui trova ciò che vuole, e il conforto che ne deriva è la morale delle sue paure. Per quanto faccia, l'uomo di credenza o di dogma non può entrare nel regno della meditazione. La meditazione necessita della libertà — che è totale negazione della morale e dei condizionamenti sociali — la libertà viene prima della meditazione, ne rappresenta il primo movimento. Non è una pratica pubblica dove in molti si uniscono e offrono preghiere. Sta a sé ed è sempre al di là dei confini della condotta sociale. Infatti la verità non è nelle cose del pensiero o in ciò che il pensiero ha costruito e chiama verità. La negazione totale di questa struttura del pensiero è la realtà della meditazione. La meditazione è un movimento incessante. Non si può mai dire che si sta meditando, o dedicare un periodo di tempo alla meditazione. La meditazione non è ai tuoi ordini. La sua benedizione non ti viene perché conduci una vita per così dire sistematizzata o segui una particolare routine o morale. Viene solo quando il tuo cuore è veramente aperto. Non aperto dalla chiave del pensiero, non reso sicuro dall'intelletto, ma quando è aperto come il cielo senza nuvole; allora viene senza che tu lo sappia, senza che tu la chiami. Ma non puoi mai custodirla, possederla, adorarla. Se cercherai di farlo, non verrà più, ti eviterà. Nella meditazione tu non sei importante, non occupi un posto; la sua bellezza non sei tu, la sua bellezza è in sé. E non puoi aggiungervi nulla. Non devi spiare dalla finestra sperando di prenderla di sorpresa, né sederti in una stanza buia ed attenderla; viene soltanto quando tu non sei là, e la sua benedizione non ha continuità..."

 

SULLA CONDIZIONE DELL’UOMO:
 
''Attraverso i secoli l'uomo ha ricercato qualcosa al di là di se stesso,
al di là del benessere materiale - qualcosa che chiamiamo verità o Dio
oppure realtà, uno stato eterno - qualcosa che non può essere turbato dagli
avvenimenti, dal pensiero o dalla corruzione umana.
L'uomo si è sempre posto la domanda: che cosa è tutto quanto? la vita ha
davvero un significato? Egli vede l'enorme confusione della vita, le
brutalità, le rivolte, le guerre, le eterne fratture di religione, ideologia
e nazionalità, e con un senso di profonda e costante frustrazione chiede
cosa bisogna fare, cos'è questa cosa che chiamiamo vita, e se c'è qualcosa
aldilà di essa.
E poiché non è riuscito a trovare quello che ha sempre cercato, questa cosa
senza nome a cui vengono dati migliaia di nomi, ha coltivato la fede - fede
in un saggio o in un ideale - e la fede invariabilmente genera violenza.
In questa perenne battaglia che chiamiamo vivere, tentiamo di fissare un
codice di comportamento conforme alla società in cui siamo cresciuti, sia
essa una società comunista o una cosiddetta società libera; accettiamo un
modello di comportamento come parte della nostra tradizione in quanto Indù,
o Musulmani o Cristiani, o qualsiasi cosa ci capiti di essere. Osserviamo
qualcuno per sapere quale sia il comportamento giusto e quale quello
sbagliato, quale sia il pensiero giusto e quale quello sbagliato, e nel
seguire questo modello il nostro comportamento e il nostro pensiero
diventano meccanici, le nostre reazioni meccaniche Tutto ciò possiamo notano
molto facilmente in noi stessi.
Per secoli siamo stati nutriti dai maestri, dalle autorità, dai libri, dai
santi. Diciamo: " ditemi tutto, cosa c'è al di là delle colline e delle
montagne e della terra?" e restiamo soddisfatti dalle loro descrizioni, il
che significa che viviamo di parole è che la nostra vita è superficiale e
vuota. Siamo persone di seconda mano. Abbiamo vissuto basandoci su quello
che ci è stato detto, o guidati dalle nostre inclinazioni, tendenze, o
costretti ad accettare dalle circostanze e dall'ambiente. Siamo il risultato
di ogni forma di influenza, e non c e niente di nuovo in noi, niente che sia
stato scoperto da noi stessi; niente di originale, intatto, chiaro.
Durante tutta la storia teologica i capi religiosi ci hanno assicurato che
se avessimo compiuto certi riti, ripetuto delle preghiere o mantra, se ci
fossimo adattati a certi schemi, avessimo soffocato i desideri, controllato
i pensieri, sublimato le passioni, frenato l'avidità e avessimo evitato di
abbandonarci al sesso, avremmo, dopo una sufficiente tortura della mente e
del corpo, trovato qualcosa che fosse al di là di questa vita
insignificante. Ed è quanto milioni di persone cosiddette religiose hanno
fatto nei secoli, sia da soli, andandosene in un deserto o sulle montagne o
in una caverna o vagando di villaggio in villaggio con una ciotola da
mendicante, oppure in gruppo, riunendosi in monasteri, costringendo le loro
menti a conformarsi ad un modello stabilito. Ma una mente torturata, una
mente agitata, una mente che vuole sfuggire ad ogni inquietudine, che ha
rifiutato il mondo esteriore ed è stata resa ottusa dalla disciplina e dal
conformismo - una mente del genere, per quanto a lungo possa cercare, nelle
sue scoperte sarà sempre condizionata dalla propria deformazione.
 
Perciò mi sembra che per scoprire se veramente c'è o no qualcosa oltre
questa ansiosa, colpevole, timorosa, competitiva esistenza ci si debba
avvicinare l'uno all'altro in maniera completamente diversa. L'approccio
tradizionale è dall'esterno verso l'interno; nel riuscire con il tempo, la
pratica, la rinuncia, ad arrivare a quel fiore chiuso nell'intimo,
quell'intima bellezza e amore - in effetti a fare quanto vi rende angusti,
meschini e pretenziosi; nel distaccarvi a poco a poco; nel prender tempo; lo
farò domani, lo farò nella prossima vita - e quando infine si arriva al
centro non si trova nulla, perché la mente è stata resa incapace, ottusa e
insensibile.
Dopo aver osservato questo processo ci si chiede se non esista un approccio
completamente diverso - cioè: non è possibile esplodere dal centro?
Il mondo accetta è segue l'approccio tradizionale. La causa primaria del
disordine in noi stessi è la ricerca di una realtà promessa da un altro;
seguiamo meccanicamente chi ci assicura una confortevole vita spirituale. E'
veramente una cosa straordinaria che sebbene molti di noi siano contrari
alle tirannie e alle dittature politiche accettino invece intimamente
l'autorità e la tirannia di un altro che distorceranno le nostre menti e il
nostro modo di vivere.

krishnamurti e i Guru

 

Così se rifiutiamo completamente, non al livello
intellettuale ma reale, qualsiasi cosiddetta autorità spirituale, tutte le
cerimonie, i riti e i dogmi, significa che siamo soli e siamo ormai in
conflitto con la società; non siamo più degli esseri rispettabili. Un essere
rispettabile non può in alcun modo avvicinarsi a quella infinita,
incommensurabile realtà.
Avete ora cominciato col ripudiare qualcosa di assolutamente falso -
l'approccio tradizionale - ma se lo ripudiate per reazione avrete creato un
altro modello in cui resterete intrappolati. Se voi vi dite al livello
intellettuale che questo ripudio è veramente una buona idea ma in realtà non
fate niente, non potrete più andare avanti. Se invece lo ripudiate perché ne
comprendete la stupidità e l'immaturità, se lo rifiutate con straordinaria
intelligenza, dal momento che siete libero e non spaventato, creerete in voi
stessi e intorno a voi un grande turbamento ma sfuggirete alla trappola
della rispettabilità. Vi renderete conto allora che non state più cercando.
Questa è la prima cosa da imparare: il non cercare. Quando cercate, in
realtà, non fate altro che guardare le vetrine.
 
Alla domanda se esiste o meno un Dio, una verità o una realtà o comunque
vogliate chiamarla, non può mai essere data una risposta dai libri, dai
preti, dai filosofi o dai saggi. Nessuno e niente può dare una risposta alla
domanda tranne voi stessi ed è questo il motivo per cui vi dovete conoscere.
L'immaturità è dovuta solamente all'ignoranza totale dell'io. Capire se
stessi è il principio della saggezza.
E che cosa siete voi, voi in quanto esseri individuali? Penso che ci sia una
differenza tra l'essere umano e l'individuo. L'individuo è una entità
limitata, che vive in un particolare paese, appartiene a una particolare
cultura, una particolare società, una particolare religione. L'essere umano
non è una entità limitata ovunque. Se l'individuo si limita ad agire in uno
speciale angolo del vasto campo della vita, allora la sua azione è
completamente disgiunta dall'intero. Bisogna tenere presente che stiamo
parlando dell'intero, non del particolare, dal momento che il più piccolo è
contenuto nel più grande, ma nel più piccolo non è contenuto il più grande.
L'individuo è quella piccola entità, condizionata, avvilita, frustrata,
soddisfatta dei suoi meschini dèi e delle sue insignificanti tradizioni,
mentre l'essere umano partecipa del benessere totale, della totale miseria e
della totale confusione del mondo.
Noi esseri umani siamo quello che siamo stati per milioni di anni -
enormemente avidi, invidiosi, aggressivi, gelosi, ansiosi, e disperati, con
occasionali sprazzi di gioia e di amore. Siamo uno strano miscuglio di odio,
paura e dolcezza; siamo contemporaneamente violenza e pace. C'è stato un
progresso esteriore dal carro trainato dai buoi all'aeroplano a reazione, ma
psicologicamente l'individuo non è affatto cambiato, e la struttura della
società in tutto il mondo è stata creata da individui. La struttura sociale
esteriore è il risultato della struttura psicologica interiore dei nostri
rapporti umani, poiché l'individuo è il risultato della totale esperienza,
conoscenza e comportamento dell'uomo. Ciascuno di noi è il depositario di
tutto il passato.
L'individuo è l'umano che è tutta l'umanità. L'intera storia dell'uomo è
scritta in noi stessi.
Osservate cosa realmente sta succedendo in voi e al di fuori di voi stessi
in quella cultura competitiva entro cui vivete, col suo desiderio di potere,
posizione, prestigio, fama, successo, e tutto il resto - osservate i
risultati di cui andate tanto orgogliosi, l'intero campo che chiamate
esistenza e in cui c'è conflitto in ogni forma di rapporto, che alimenta
odio, antagonismo, brutalità e guerre incessanti. Questo campo, questa vita,
è quanto conosciamo, e poiché siamo incapaci di capire l'enorme lotta
dell'esistenza ne siamo naturalmente spaventati e cerchiamo di evaderne in
ogni sorta di modi sottilmente ingegnosi. Ed anche l'ignoto ci spaventa - ci
spaventa la morte, ci spaventa quel che ci aspetta oltre il domani. Abbiamo
dunque paura del noto e dell'ignoto. Questa è la nostra vita quotidiana ed
in essa non c'è speranza, per cui ogni possibile filosofia, ogni possibile
concezione teologica altro non è che evasione dall'effettiva realtà di quel
che è.
 
Tutte le forme esteriori di cambiamento determinate da guerre,
rivoluzioni, riforme, leggi e ideologie hanno fallito completamente lo scopo
di cambiare la natura fondamentale dell'uomo e quindi della società.
Chiediamoci dunque, come esseri viventi in questo mondo mostruosamente
brutto, se può avere fine questa società, fondata sulla competizione, sulla
brutalità e la paura. Non sarebbe una concezione intellettuale, non una
speranza, ma una effettiva realtà, cosicché la mente sia resa pulita, nuova
e innocente, e possa produrre un mondo completamente diverso. Penso che
questo possa avvenire soltanto se ciascuno riconosce come punto centrale il
fatto che in qualsiasi parte del mondo ci capiti di abitare e a qualsiasi
cultura ci capiti di appartenere, noi siamo interamente responsabili della
condizione di tutto quanto il mondo.
Siamo, ciascuno di noi, responsabili di ogni guerra per l'aggressività
della nostra vita personale, per il nostro nazionalismo, per l'egoismo, per
i nostri dèi, pregiudizi, ideali; tutte cose che ci dividono. E soltanto
rendendoci conto, non intellettualmente ma nella realtà dei fatti, come
potremmo renderci conto d'aver fame o di sentire dolore, che voi ed io siamo
responsabili di questo caos esistente, di tutta l'infelicità del mondo
intero perché ad essa abbiamo contribuito nella nostra vita d'ogni giorno e
perché facciamo parte di questa società mostruosa con le sue guerre, la sua
bruttezza, la sua brutalità e ingordigia: solo allora agiremo.
 
Ma cosa può fare un essere umano - cosa possiamo fare voi ed io - per creare
una società del tutto diversa? Ci stiamo ponendo una domanda molto grave. Si
può veramente far qualcosa? Che possiamo fare? C'è qualcuno che ce lo dirà?
In realtà ce l'hanno detto. Le cosiddette guide spirituali, che si pensa
capiscano queste cose meglio di noi, ce l'hanno detto cercando di piegarci e
modellarci secondo nuovi modelli, e questo non ci ha portato molto lontano.
Uomini dotti e sofisticati ce l'hanno detto e non siamo andati avanti. Ci è
stato detto che tutti i sentieri conducono alla verità - uno ha il suo
sentiero come Indù, l'altro come Cristiano, un altro ancora come Mussulmano,
e tutti si incontrano alla stessa porta - il che, se riflettete, è quanto
mai assurdo e in modo evidente. La verità non ha sentieri: questa è la
bellezza della verità, che è viva.
Una cosa morta può essere raggiunta percorrendo un sentiero perché è
statica, ma quando capite che la verità è viva, in movimento, che non ha
luoghi di sosta, che non la si trova in un tempio, moschea o chiesa, che
nessuna religione, nessun maestro, nessun filosofo, nessuno, può guidarvi ad
essa, allora capirete anche che questa cosa - viva è quel che voi
effettivamente siete: la vostra rabbia, la vostra brutalità, la vostra viole
nza, la vostra disperazione, l'angoscia e la sofferenza in cui vivete. La
verità sta nella comprensione di questo e potrete capirlo solo se saprete
come guardare queste cose nella vostra vita. E non potete guardare
attraverso un'ideologia, attraverso lo schermo di parole, attraverso
speranze e timori.
Perciò, vedete, non si può dipendere da nessuno. Non esiste guida, maestro,
autorità. Ci siete soltanto voi i vostri rapporti con gli altri e col
mondo - non c'è altro. Accorgersi di questo può portare con sé disperazione
profonda da cui derivano cinismo e amarezza, oppure nell'affrontare il fatto
che voi e nessun altro siete responsabili del mondo e di voi stessi, di quel
che pensate e sentite e del vostro modo d'agire, ogni autocommiserazione
scompare. Attualmente diamo il torto agli altri e questo ci appaga: è una
forma di autocommiserazione.
 
Allora, possiamo voi ed io operare in noi stessi - non per influenze
esteriori, non perché persuasi da altri, non per paura della punizione -
possiamo operare nel nostro profondo essere una rivoluzione totale, un
cambiamento psicologico in modo da eliminare in noi brutalità, violenza,
competitività, ansietà, avidità, invidia e tutte le altre manifestazioni
della nostra natura che hanno contribuito a produrre la marcia società nella
quale trascorriamo la nostra vita quotidiana?
E' importante capire proprio sin dall'inizio che io non sto formulando
alcuna filosofia o struttura teologica di idee o concetti ideologici.
Mi sembra che tutte le ideologie siano assolutamente idiote.
Ciò che conta non è una filosofia della vita, ma l'osservare quel che
realmente accade nella nostra vita quotidiana, dentro e fuori di noi. Se
esaminate molto attentamente quanto accade, e lo studiate, vi accorgerete
che poggia su una concezione intellettuale, e l'intelletto non è l'intero
campo dell'esistenza; ne è un frammento, e un frammento per quanto abilmente
costruito, per quanto antico e tradizionale è tuttavia una piccola parte
dell'esistenza mentre noi dobbiamo avere a che fare con la totalità della
vita. E quando guardiamo a quanto accade nel mondo cominciamo a capire che
non esiste un processo interno ed uno esterno; esiste un processo unitario,
un movimento completo e totale; e il movimento interno si esprime come
esterno mentre quello esterno reagisce ripercuotendosi in quello interno.
Essere capaci di guardare questo mi sembra tutto quel che occorre, perché se
sappiamo guardare, allora tutto ci appare chiarissimo, e guardare non
richiede filosofia né maestri. Non c'è bisogno di nessuno che vi dica come
guardare. Guardate e basta.
Sarà possibile allora, vedendo l'intero quadro, vedendolo realmente non
verbalmente, sarà facile allora trasformarvi spontaneamente? Questo è il
punto. E' possibile operare nella psiche una rivoluzione completa?
 
Mi chiedo: qual è la vostra reazione a tale domanda? Forse direte, "Non
voglio cambiare"; la maggior parte della gente non vuole, specialmente
quelli che possiedono una certa sicurezza sociale ed economica o che nutrono
fedi dogmatiche e si contentano di accettare se stessi e le cose come sono o
leggermente modificate. Queste persone non ci riguardano. Forse direte, più
sottilmente: "Ebbene, è troppo difficile, per me non va", nel qual caso vi
sarete già bloccati, avrete cessato di indagare e sarà inutile proseguire.
Oppure direte: "Vedo la necessità di un cambiamento fondamentale dentro me
stesso, ma come posso produrlo? Mostratemene il modo, per favore, aiutatemi
a raggiungerlo". Se direte così allora non vi state preoccupando del
cambiamento in sé non vi interessa veramente una rivoluzione fondamentale,
state soltanto cercando un metodo, un sistema, che produca il cambiamento.
Se fossi tanto sciocco da fornirvi un sistema e voi lo foste tanto da
seguirlo, non fareste che copiare, imitare, conformarvi, accettare; e ciò
facendo instaurereste in voi stessi l'autorità di un altro, da qui
deriverebbe conflitto fra voi e quell'autorità. Sentite che dovete fare tal
cosa o tal altra perché vi è stato detto di farla e tuttavia siete incapaci
di farla. Avete le vostre inclinazioni, tendenze e pressioni personali che
entrano in conflitto col sistema che pensate di dover seguire e di
conseguenza c'è contraddizione. Allora condurrete una doppia vita fra
l'ideologia del sistema e la realtà della vostra esistenza quotidiana.
Cercando di conformarvi all'ideologia sopprimete voi stessi, mentre quel che
è vero nella realtà non è l'ideologia ma quel che siete. Se cercate di
studiarvi secondo i dettami di un altro rimarrete sempre un essere umano di
second'ordine.
L'uomo che dice: "Io voglio cambiare, dimmi come si fa", sembra molto
sincero, molto serio, ma non lo è.
Vuole un'autorità e spera che essa porti ordine in lui.
Ma l'autorità può mai produrre ordine interiore?
L'ordine imposto dall'esterno produce necessariamente disordine. Forse ne
capite la verità intellettualmente, ma riuscite nella realtà ad attuarlo in
modo che la vostra mente non rappresenti autorità alcuna, quella di un
libro, di un insegnante, di una moglie o di un marito, di genitori di amici
o della società? Poiché abbiamo sempre funzionato entro il modello di una
formula, e la formula diventa ideologia e autorità; ma nel momento stesso in
cui capite veramente che la domanda, "Come posso cambiare?" instaura una
nuova autorità, avrete finito per sempre con l'autorità.
Riprendiamo l'argomento con maggiore chiarezza: Io vedo che debbo cambiare
completamente dalle radici del mio essere; non posso più dipendere da una
qualsiasi tradizione perché la tradizione ha prodotto questa colossale
pigrizia, accettazione e obbedienza; non posso più in alcun modo contare su
altri perché mi si aiuti a cambiare, si tratti pure di un maestro, d'un
sistema, di una pressione o influenza esterna o interna. Che accade allora?
Prima di tutto, riuscite a rigettare ogni autorità? Se lo potete vuol dire
che non avete più paura. Allora cosa avviene? Quando rigettate qualcosa di
falso che vi siete trascinato dietro per generazioni, quando vi liberate di
un qualsiasi fardello, che cosa avviene? Avete più energia, non è vero?
Avete maggior capacità, più carica, più intensità e vitalità. Se non lo
sentite allora non vi siete liberati del carico, non avete estirpato il peso
morto dell'autorità.
Ma quando ve ne siete liberati e avete quell'energia del tutto esente da
paura - dalla paura di commettere un errore, dalla paura di far bene o
male - quell'energia, allora, non costituisce essa stessa un cambiamento?
Abbiamo bisogno di un'enorme dose di energia e la dissipiamo nella paura, ma
quando c'è quell'energia che deriva dall'essersi liberato da ogni forma di
paura, essa produce una radicale rivoluzione interiore. Voi non dovete fare
niente perché avvenga.
In tal modo rimanete soli con voi stessi; e questa è la condizione genuina
per chi sia veramente serio su tutta questa faccenda; e dal momento che non
state più cercando aiuto da niente e da nessuno, siete già liberi di
scoprire. E quando c'è libertà, c'è energia; e quando c'è libertà non si può
fare niente di sbagliato. La libertà è assolutamente diversa dalla
ribellione. Non vi è niente di simile all'agire bene o male quando c'è la
libertà. Voi siete liberi e agite di conseguenza partendo da questo centro.
E da questo momento non vi è più paura, e una mente che non abbia paura è
capace di grande amore. E quando c'è amore può fare quello che vuole.
 
Ciò che ora dobbiamo cercare di fare, quindi, è studiare noi stessi, non
secondo gli insegnamenti miei o di qualche analista o filosofo - poiché se
studiamo noi stessi secondo gli insegnamenti di qualcun altro, studiamo
loro, non noi stessi - quello che dobbiamo cercare di fare è studiare quello
che realmente siamo.
Una volta che si è compreso che non dobbiamo dipendere da alcuna autorità
esteriore nel generare una totale ribellione nella struttura della nostra
psiche, compare la difficoltà immensamente più grande di rigettare la nostra
autorità interiore, l'autorità delle nostre particolari piccole esperienze e
il cumulo di opinioni, conoscenze, idee e ideali. Avete avuto una esperienza
ieri che vi ha insegnato qualcosa e quello che vi ha insegnato si trasforma
in una nuova forma di autorità di un migliaio di anni. Per poterci
comprendere non c'è alcun bisogno né dell'autorità di ieri né di quella di
un migliaio di anni poiché noi viviamo le cose, sempre in movimento, sempre
scorrendo, senza mai fermarci. Quando ci guardiamo con la morta autorità di
ieri non riusciremo a comprendere il movimento vivo e la bellezza e la
qualità di questo movimento.
Essere liberi da qualsiasi autorità, vostra o di qualcun altro, vuoi dire
morire a tutto ciò che appartiene all'ieri, in modo che la vostra mente sia
sempre fresca, sempre giovane, innocente, piena di vigore ed entusiasmo. E'
solamente in un simile stato che si impara e si osserva. E per questo è
necessaria molta consapevolezza, reale consapevolezza di quello che succede
dentro di voi, senza tentare di correggerla o suggerirle quello che dovrebbe
o non dovrebbe essere, poiché nel momento in cui voi la correggete stabilite
una nuova autorità, il censore.
Ora dunque, insieme, tenteremo di studiare noi stessi - non ci sarà una
persona che spiega mentre voi leggete e siete d'accordo o no con lei intanto
che seguite le parole sulla pagina; faremo piuttosto un viaggio insieme, un
viaggio di scoperta negli angoli più segreti della nostra mente. E per
intraprendere un viaggio del genere bisogna viaggiare con poco bagaglio; non
possiamo essere appesantiti da opinioni, pregiudizi e conclusioni - tutto
quel vecchio bagaglio che abbiamo messo insieme negli ultimi duemila anni e
più. Dimenticate tutto quello che sapete su voi stessi; dimenticate tutto
quello che avete pensato di voi; cominceremo come se non sapessimo niente.
La scorsa notte è piovuto molto, ed ora il cielo comincia a schiarirsi; è un
nuovo fresco giorno. Affrontiamo questo fresco giorno come se fosse il solo
giorno. Cominciamo insieme il. nostro viaggio lasciandoci dietro tutti i
ricordi di ieri - e cominciamo a comprenderci per la prima volta''

 

LA CONSAPEVOLEZZA

Conoscere noi stessi significa conoscere il nostro rapporto con il mondo -
non solo con il mondo delle idee e delle persone, ma anche con la natura,
con le cose che possediamo. In breve, la nostra vita - essendo la vita il
rapporto con il tutto. Naturalmente, la comprensione di tale rapporto non
richiede alcuna specializzazione, bensì la consapevolezza che la vita va
affrontata come un tutto unico. Ma come sviluppare questa consapevolezza?
Ecco il nostro problema. Come si può avere questa consapevolezza - se posso
utilizzare questo termine senza dargli il senso di specializzazione? Come si
può essere capaci di affrontare la vita come un tutto unico, il che
significa non solo avere un rapporto personale con il prossimo, ma anche con
la natura, con le cose che si posseggono, con le idee, e con le cose che la
mente fabbrica, come l'illusione, il desiderio e così via? Come si fa a
essere consapevoli dell'intero processo del rapporto? Certamente la nostra
vita è fatta di questo, non è così? Non esiste vita senza rapporti; e
comprendere i rapporti non significa isolarsi. Al contrario, richiede un
pieno riconoscimento o consapevolezza del processo complessivo del rapporto.

Come si può essere consapevoli? In che modo siamo consapevoli delle cose? In
che modo siamo consapevoli del nostro rapporto con una certa persona? In che
modo siamo consapevoli degli alberi o del verso degli uccelli? O delle
nostre reazioni quando leggiamo un giornale? Siamo consapevoli delle
risposte superficiali della mente così come di quelle profonde?

In che modo siamo consapevoli di qualunque cosa? Innanzitutto, siamo
consapevoli di una risposta a uno stimolo, non è così? Questo è evidente:
vedo qualcosa di bello, e c'è una reazione - sensazione, contatto,
identificazione e desiderio. Questo è il processo abituale. Possiamo
osservare ciò che effettivamente accade senza aver studiato alcun libro.

Attraverso l'identificazione si provano piacere e dolore. E il nostro esser
"capaci" consiste nella ricerca del piacere e nell'evitare il dolore, non è
così? Se qualcosa vi interessa, se vi procura piacere, immediatamente c'è
"capacità", c'è una consapevolezza di quel fatto; e se invece è spiacevole,
si sviluppa la "capacità" di evitarlo. Fin tanto che ricorriamo alla
"capacità" per comprendere noi stessi, credo che siamo destinati a fallire,
perché la comprensione di noi stessi non dipende dalle nostre capacità. Non
è una tecnica che si possa sviluppare, coltivare e accrescere col tempo,
affinandola continuamente. Certo, questa consapevolezza di se' può essere
saggiata nell'azione del rapporto; può essere valutata in base al modo in
cui parliamo e da come ci comportiamo. Ma provate a guardare voi stessi
senza identificazioni, senza paragoni, senza condanne; limitatevi a
guardare, e vedrete accadere una cosa straordinaria. Non solo metterete fine
a un'attività che è inconscia (poiché la maggior parte delle nostre attività
sono inconsce), non solo farete cessare questo, ma sarete consapevoli delle
motivazioni di tale azione, senza bisogno di indagare, senza scavare in
essa.

Quando siete consapevoli, l'intero processo del vostro pensiero e azione vi
è chiaro; ma ciò può accadere soltanto quando non c'è condanna. Se condanno
una cosa, non la comprendo, e questo è un modo di evitare qualunque tipo di
comprensione. Penso che la maggior parte di noi lo faccia di proposito: ci
affrettiamo a condannare e pensiamo di aver capito. Se, anziché condannare,
consideriamo le cose e ne siamo consapevoli, allora il contenuto, il
significato di quell'azione comincia a chiarirsi. Sperimentatelo e vedrete
da voi. Basta essere consapevoli - senza alcun senso di giustificazione - il
che potrebbe sembrare piuttosto negativo, ma non è negativo. Al contrario,
ha la qualità della passività, che è azione diretta; e se lo sperimentate,
ve ne accorgerete.

Dopo tutto, se si vuole comprendere qualcosa, bisogna essere in uno stato d'
animo passivo, non è vero? Non ci si può pensare continuamente, specularci
sopra, o analizzarlo senza sosta. Bisogna essere abbastanza sensibili da
accoglierne il contenuto. E' come essere una lastra fotografica sensibile.
Se voglio capirvi, devo essere passivamente consapevole; e allora voi
comincerete a raccontarmi tutta la vostra storia. Certamente non è questione
di capacità, o di specializzazione. In quel processo cominciamo a
comprendere noi stessi - non solo gli strati superficiali della nostra
coscienza, ma quelli più profondi, il che è molto più importante; poiché lì
si celano tutte le nostre motivazioni e intenzioni, le nostre segrete,
confuse richieste, angosce, paure, bramosie. Esternamente possiamo averle
tutte sotto controllo, ma dentro di noi ribollono. Fin quando non saranno
state interamente comprese attraverso la consapevolezza, non potrà esserci
libertà, né felicità, né intelligenza.

E' forse l'intelligenza una questione di specializzazione? L'intelligenza è
in effetti la consapevolezza totale del nostro processo. Ma tale
intelligenza va dunque coltivata attraverso una qualunque forma di
specializzazione? E' proprio questo che sta accadendo, non è così? Il
sacerdote, il medico, l'ingegnere, l'industriale, l'uomo d'affari, il
professore - ormai siamo abituati a ragionare in termini di
specializzazione.

Per realizzare la forma più elevata di intelligenza - che è la verità, che è
Dio, che non può essere descritta - crediamo di doverci specializzare.
Studiamo, brancoliamo, cerchiamo; e, con la mentalità dello specialista o
prendendo a modello lo specialista, studiamo noi stessi allo scopo di
sviluppare una capacità che ci aiuti a sbrogliare i nostri conflitti, le
nostre miserie.

Ammesso che siamo consapevoli, il problema è capire se i conflitti e le
disgrazie e le sofferenze della vita quotidiana possano essere risolti da
altri; e se non è così, come possiamo noi affrontarli? Comprendere un
problema richiede ovviamente una certa intelligenza, e tale intelligenza non
può scaturire dalla specializzazione, né essere coltivata attraverso questa.
Essa si realizza solo quando siamo passivamente consapevoli dell'intero
processo della nostra coscienza, il che significa essere consapevoli di noi
stessi senza alternative, senza scegliere ciò che è giusto e ciò che è
sbagliato.

Quando siete passivamente consapevoli, vi accorgete che da quella
passività - che non è indolenza, non è sonno, ma al contrario, estrema
vigilanza - il problema appare in una luce alquanto diversa; ciò significa
che non c'è più identificazione con il problema e, di conseguenza, non c'è
più giudizio, per cui il problema comincia a rivelare il proprio contenuto.
Se riusciamo a far questo costantemente, ininterrottamente, allora ogni
problema può essere risolto in profondità, non superficialmente.

E' questa la difficoltà, perché la maggior parte di noi è incapace di essere
passivamente consapevole, di lasciare che il problema ci racconti la storia
senza filtrarla attraverso le nostre interpretazioni. Non sappiamo guardare
ai problemi con occhio imparziale. Non ne siamo capaci, purtroppo, perché
vogliamo ricavare un risultato dal problema, vogliamo una risposta, puntiamo
a un fine; oppure cerchiamo di tradurre il problema in termini di piacere o
dolore; o ancora, abbiamo una risposta già bella e pronta circa il modo di
affrontare il problema. Dunque ci accostiamo ai problemi, che sono sempre
nuovi, con i vecchi schemi di comportamento. Il nuovo rappresenta sempre una
sfida, ma la nostra risposta è sempre il vecchio; e la nostra difficoltà
consiste nel reagire alla sfida adeguatamente, ossia complessivamente. Il
problema è sempre un problema di rapporto - con le cose, con le persone o
con le idee; non esiste alcun altro problema; e per affrontare il problema
del rapporto, con le sue esigenze che variano costantemente, per affrontarlo
in maniera giusta, adeguata, bisogna avere una consapevolezza passiva.
Questa passività non è questione di determinazione, di volontà, di
disciplina; il primo passo consiste nell'essere consapevoli che non siamo
passivi. La consapevolezza di volere una certa risposta a un determinato
problema - è certamente quello il primo passo: conoscere noi stessi in
rapporto al problema e sapere come affrontarlo. Allora, mentre cominciamo a
conoscere noi stessi in rapporto al problema - come reagiamo, quali sono i
nostri vari pregiudizi, esigenze, ambizioni, nell'affrontare il problema -
questa consapevolezza rivelerà il processo del nostro pensiero, della nostra
natura interiore; e in quello c'è una liberazione.

Certo, è importante essere consapevoli senza alternative, poiché la scelta
produce conflitto. Colui che sceglie è confuso, perciò si trova a dover
scegliere; se non fosse confuso, non ci sarebbe scelta. Soltanto colui che è
confuso sceglie ciò che farà o che non farà. L'individuo lucido e semplice
non sceglie; ciò che è, è. L'azione fondata su un'idea è ovviamente l'azione
legata alla scelta, ma tale azione non è liberatoria; al contrario, crea
solo ulteriori resistenze, nuovi conflitti, come è insito nella natura del
pensiero condizionato.

Dunque la cosa importante è essere consapevoli attimo per attimo, senza
accumulare l'esperienza che la consapevolezza comporta; nel momento in cui
si accumula, infatti, si è consapevoli solo attraverso quell'accumulazione,
quello schema, quell'esperienza La consapevolezza è allora condizionata
dall'accumulazione e, dunque, non c'è più osservazione, ma soltanto
traduzione. Laddove c'è traduzione, c'è scelta, e la scelta crea conflitto;
e nel conflitto non può esservi comprensione.

La vita è una questione di rapporto; e per comprendere quel rapporto, che
non è statico, è necessaria una consapevolezza che sia flessibile, una
consapevolezza che sia al tempo stesso vigile e passiva, non aggressivamente
attiva. Come ho già detto, tale consapevolezza passiva non si realizza
attraverso questa o quella forma di disciplina o di esercizio. Si tratta
semplicemente di essere consapevoli, attimo per attimo, del nostro pensare e
sentire, e questo non soltanto quando siamo svegli; vedremo infatti,
addentrandoci in tale stato, che cominciamo a sognare, cominciamo a vomitare
simboli di ogni tipo, che percepiamo come sogni.

In tal modo apriamo la porta del nascosto, che diventa conosciuto; ma per
trovare l'ignoto, dobbiamo oltrepassare quella porta - certo, è proprio
quella la nostra difficoltà.. La realtà non è qualcosa di conoscibile
attraverso la mente, poiché la mente è il risultato del conosciuto, del
passato; perciò la mente deve comprendere se stessa e il proprio
funzionamento, la propria verità, e solo allora l'ignoto potrà manifestarsi.

 

 

 

SULLA MORTE:
 
"...per poter sperimentare la morte mentre siamo ancora vivi, dobbiamo abbandonare ogni sotterfugio mentale, ovvero tutto ciò che ci impedisce un'esperienza diretta.. siamo plasmati dal passato, dalle abitudini, dalla tradizione, dagli schemi di vita; siamo invidia, gioia, angoscia, zelo, godimento, ognuno di noi è questo, ovvero il processo di continuità.. ..ognuno è attaccato alle proprie opinioni, al proprio modo di pensare, ed ha paura che senza i suoi attaccamenti non sarebbe nulla, allora si identifica con la casa, la famiglia, il lavoro, gli ideali... ma quanti sono quelli capaci di porre fine a tale attaccamento e realizzare il distacco? E' necessario comprendere i processi del pensiero poiché la comprensione di ciò che chiamiamo pensiero è la cessazione del tempo.. il pensiero, tramite un processo psicologico, crea il tempo, il tempo poi controlla e configura il nostro pensiero.. ..il senso di continuità è stato edificato dalla mente, quella mente che guida se stessa per mezzo di precisi schemi e che ha il potere di creare ogni sorta di illusione, lasciarsi intrappolare da tutto ciò mi sembra una scelta tanto inutile quanto priva di maturità.. ..non sappiamo neppure cos'è vivere, come potremo mai sapere cos'è la morte? Vivere e morire potrebbero essere la stessa cosa, e il fatto che le abbiamo separate potrebbe essere fonte di grande sofferenza.. abbiamo separato la morte trattandola come un evento che accadrà alla fine della vita, tuttavia è sempre presente.. avendo paura di quella cosa che chiamiamo morte l'abbiamo separata dalla vita relegandole entrambi in compartimenti stagni separati l'uno dall'altro da spazi immensi.. ..una mente imprigionata in tale processo non riuscirà mai a comprendere, comprendere è libertà, ma tra noi sono ben pochi coloro che vogliono essere liberi.. ..lasciamo che l'oceano della vita e della morte sia così com'è.. ..l'io che ha goduto, sofferto e conosciuto, potrà continuare? L'io esiste solo a causa dell'identificazione con la proprietà, con un nome, una famiglia, con successi e fallimenti, con tutto ciò che siamo stati e vogliamo essere. Siamo ciò con cui ci siamo identificati: è di questo che siamo fatti, e senza di questo non siamo. Vogliamo che tale identificazione con gli altri, con le cosa e le idee non abbia fine, persino dopo la morte; ma si tratta davvero di qualcosa di vivo? Oppure non è nient'altro che una massa di desideri contraddittori, di progetti, di successi, di frustrazioni, un groviglio in cui il dolore supera la gioia? ..Meglio il conosciuto che il non conosciuto vero? Eppure il conosciuto è talmente piccolo, insignificante, limitante; il conosciuto è dolore, eppure si desidera che continui.. ..ci affanniamo molto per sapere, quando cessa ogni tentativo di sapere, c'è ancora qualcosa che la mente non è riuscita ad afferrare e a far quadrare. Il non conosciuto è infinitamente più grande del conosciuto: il conosciuto non è che un'imbarcazione in mezzo al mare del non conosciuto.. ..lasciamo che tutto scorra naturalmente.. ..la verità è assai strana: più la inseguiamo più ci sfugge. Non possiamo afferrarla in nessun modo, per efficace e astuto che sia; non possiamo imprigionarla nella rete del nostro pensiero. Comprendetelo a fondo e lasciate andare tutto. Nel cammino della vita e della morte dobbiamo camminare da soli; è un viaggio durante il quale conoscenza, esperienza e memoria non possono offrire alcun conforto. La mente deve essere ripulita da tutto ciò che ha afferrato nel suo bisogno di trovare certezze; i suoi dèi e le sue virtù devono essere restituiti alle società che li hanno generati. Occorre raggiungere una solitudine completa e incontaminata..."
Che cosa significa rapporto? (Jiddu Krishnamurti)

 

Dal Bulletin 56, 1989 - Saanen, Svizzera, agosto 1981.


L'amore per gli alberi è, o dovrebbe essere, parte della nostra natura, come respirare. Gli alberi fanno parte della terra come noi, pieni di bellezza, con quel loro strano distacco. Così immobili, pieni di foglie, ricchi e luminosi, proiettano le loro lunghe ombre e la loro gioia selvaggia quando soffia la bufera. Tutte le foglie, anche quelle sul ramo più alto, danzano al minimo soffio di brezza, e l'ombra è accogliente, quando il sole batte forte. Seduti con la schiena contro il tronco, se rimanete in silenzio, stabilite un rapporto durevole con la natura. I più hanno perso questo rapporto; quando passano in automobile o risalgono queste colline chiacchierando, vedono tutte queste montagne, queste valli, i corsi d'acqua e le migliaia di alberi, ma sono troppo assorbiti nei loro problemi per guardarsi intorno e rimanere in silenzio. Un pennacchio di fumo si alza lungo la valle, e sotto passa un autocarro, carico di tronchi appena recisi, non ancora scortecciati. Un gruppo di ragazzi e di ragazze passa chiacchierando, facendo fremere l'immobilità del bosco.
La morte di un albero, nel momento finale, a differenza di quella dell'uomo, è bella. Un albero morto nel deserto, senza più corteccia, ripulito dal sole e dal vento, con tutti i rami nudi spalancati al cielo, è una visione meravigliosa. Una grande sequoia, vecchia di molte centinaia di anni, viene abbattuta in pochi minuti per fare recinzioni e sedili, per costruire case o per arricchire la terra in un giardino. Quel meraviglioso gigante è morto. L'uomo avanza nel cuore delle foreste, distruggendole per creare pascoli e costruire case. Le regioni vergini stanno scomparendo. C'è una valle, circondata da colline che forse sono le più antiche della terra, dove i ghepardi, gli orsi e il daino, che un tempo era possibile vedere, ora sono completamente scomparsi, perché l'uomo è arrivato dappertutto. La bellezza della terra viene lentamente distrutta e inquinata. Macchine e costruzioni a più piani stanno facendo la loro comparsa nei luoghi più inaspettati. Quando perdete il rapporto con la natura e con i cieli immensi, perdete ogni rapporto con l'uomo.
Arrivò insieme alla moglie e parlò quasi sempre lui. Lei era piuttosto timida, e aveva l'aria intelligente. Lui era piuttosto arrogante, e aveva l'aria aggressiva. Disse di essere stato presente a qualcuno dei miei discorsi dopo aver letto uno o due libri e aver assistito a qualche dialogo." In realtà, siamo venuti a parlare con lei personalmente del nostro problema più grosso, e spero di non averla disturbata. Abbiamo due figli, un maschio e una femmina che vanno a scuola, fortunatamente per loro. Non vogliamo infliggergli le tensioni che ci sono tra noi, anche se prima o poi le avvertiranno. Mia moglie e io siamo molto innamorati; non userei la parola amore, perché ho capito che cosa lei intende con questo termine. Ci siamo sposati abbastanza giovani; abbiamo una bella casa e un piccolo giardino. Il denaro non rappresenta per noi un problema. Lei sta bene di suo, e io lavoro, anche se mio padre mi ha lasciato qualcosa. Non siamo venuti da lei come da un consulente matrimoniale, ma vogliamo discutere con lei, se ce lo consente, il nostro rapporto. Mia moglie è piuttosto riservata, ma io sono sicuro che fra poco parteciperà anche lei alla discussione. Eravamo d'accordo che avrei incominciato io.

Abbiamo grossi problemi di rapporto. Ne abbiamo parlato spesso, ma non ne è venuto fuori niente. Dopo questa premessa, la domanda che vorrei farle è la seguente: che cosa c'è di sbagliato nel nostro rapporto, e che cos'è il rapporto giusto?".

Che rapporto avete con queste nuvole, piene della luce della sera, o con questi alberi silenziosi? Non è una domanda a sproposito. Vedete quei ragazzi che giocano là, in quel campo, quella vecchia auto? Quando vedete tutto questo, vi chiedo, qual è la vostra reazione? "Non lo so con esattezza. Mi piace vedere i bambini che giocano. E anche a mia moglie piace. Per quelle nuvole o quell'albero non ho sentimenti speciali. Non ci ho pensato; probabilmente non li ho neanche mai guardati".

La moglie disse: "Io sì. Per me hanno un significato, ma non riesco a dirlo a parole. I bambini là fuori potrebbero essere i miei figli. Dopo tutto, sono una madre". Signore, guardi quelle nuvole e quell'albero, come se li vedesse per la prima volta.

Li guardi senza che il pensiero interferisca o divaghi. Li guardi senza definirli 'nuvole' o 'albero'. Li guardi semplicemente con il cuore e con gli occhi. Appartengono alla terra come noi, come quei bambini, e come quella vecchia auto. Dar loro un nome fa parte del pensiero.

"Guardarli senza ricorrere alle parole sembra quasi impossibile. La forma è la parola". Quindi le parole svolgono un ruolo molto importante nella nostra vita. Sembra che la nostra vita sia un intreccio di parole complicate, legate tra loro.

Le parole esercitano una grossa influenza su di noi: parole come dio, democrazia, libertà, totalitarismo. Evocano tutte immagini familiari. Le parole moglie e marito fanno parte delle nostre espressioni quotidiane.
Ma la parola moglie non è in realtà la persona in carne e ossa, con le sue complessità e i suoi problemi. Quindi la parola non è mai la realtà. Quando la parola assume un'importanza totalizzante, la vita, la realtà , viene trascurata.
"Ma non posso sfuggire alla parola e all'immagine che essa evoca". Non possiamo separare la parola e l'immagine. La parola è l'immagine. Osservare senza parola/immagine, questo è il problema.
"Ma è impossibile!". Se permette, lei non ha cercato di farlo seriamente. La parola impossibile blocca in lei la possibilità di farlo. Non dica, la prego, che è possibile o impossibile, ma lo faccia semplicemente.


Torniamo un attimo alla sua domanda: che cos'è il rapporto giusto?

Quando noi avremo capito che cos'è il rapporto, sono sicuro che lei scoprirà da solo che cosa è giusto. Che cosa significa per lei il rapporto? "Mi faccia pensare. Significa tantissime cose, a seconda delle circostanze. Un giorno è una certa reazione, il giorno dopo ha una portata completamente diversa. È responsabilità, noia, irritazione, reazioni sensuali e il bisogno di fuggire da tutto questo".

Questo è quello che lei chiama rapporto. Si tratta di livelli diversi di reazioni sensoriali, di sentimenti - di romanticismo, se si è portati a quello - di tenerezza, attaccamento, solitudine, paura e così via (apprensione, più che paura reale). Questo è quanto viene definito rapporto con una persona o con l'altra. Lei è in rapporto anche con i suoi ideali, le sue speranze, le sue esperienze, le sue decisioni.
Tutto questo è lei e il suo rapporto con un altro; e l'altro è simile a lei, anche se da un punto di vista biologico, culturale e fisico può essere diverso. Ciò non indica forse che lei si muove sempre all'interno dell'egocentrismo e che l'altra persona agisce in maniera simile? Due vite parallele che non si incontrano mai?
"Incomincio a capire che cosa lei intende, ma la prego, continui”.

Diventa chiaro che non esiste un rapporto reale. Fondamentalmente ci preoccupiamo di noi stessi, del nostro piacere, cedendo all'altro per ottenere a nostra volta soddisfazione, e così via all'infinito. Diciamola in un altro modo.

Perché gli esseri umani sono così centrati su se stessi, o egoisti nei più riposti recessi del loro essere? Perché? Gli animali selvatici non sembrano tanto egocentrici quanto lo sono gli esseri umani.
Se noi dobbiamo scoprire in prima persona qual è il rapporto giusto, dobbiamo approfondire questo interrogativo. È necessario sperimentare la percezione senza movente. La maggior parte di noi trova difficile osservare senza un qualche tipo di movente. Riusciamo a esaminare insieme, con obbiettività, quel che realmente accade in un rapporto fra due persone, si tratti di un rapporto intimo o no? Quasi tutte le reazioni, specialmente quelle dolorose o piacevoli, vengono registrate nel cervello, nella coscienza o a un livello più profondo. Questa registrazione, che inizia nel momento in cui nasciamo e continua fino alla morte, costruisce lentamente un'immagine o un quadro che ognuno ha di sé. Quando ci
sposiamo o viviamo con un altro per un mese o per anni , ciascuno dei due si forma un'immagine dell'altro. Le ferite, le irritazioni, le parole dure, quelle dolci, e così via, le reazioni sensuali, le osservazioni intellettuali, il cameratismo e la tenerezza, la fantasia di realizzazione -e le associazioni culturali: tutto questo forma le diverse immagini che si riattivano nelle diverse circostanze.
 
A parte i rapporti fisici reali, queste immagini distorcono o ostacolano un rapporto d'amore profondo, la compassione con la capacità di comprensione profonda che essa implica.

"E allora in che modo è possibile impedire la formazione di queste immagini?". Non le pare di porre una domanda sbagliata? Chi è che impedisce?

Non le sembra che a porre la domanda siano ancora una volta un'immagine o un'idea? Non sta forse ancora lavorando di fantasia, passando da un'immagine all'altra? Questo tipo di indagine non porta da nessuna parte. Quando una persona è colpita o ferita psicologicamente - il che accade fin dall'infanzia - le conseguenze di quella ferita sono ovvie: la paura di subire altre ferite, un ritrarsi costruendosi tutt'intorno una barriera, un ulteriore schermo isolante e così via, un processo che alimenta la nevrosi. Se e quando si ha consapevolezza di queste ferite, di questi conflitti, e li si osserva, allora istintivamente viene fatto di chiedersi in che modo sia possibile evitare di venire feriti.

L'immagine ultima è l’io , il sé con la lettera maiuscola e minuscola. Quando si arriva a cogliere il pieno significato del perché il cervello, il pensiero, formi queste immagini, la verità del perché queste immagini esistano, questa percezione stessa dissolve ogni processo di formazione delle immagini. Questa è la libertà ultima.
"Per quale ragione il cervello - o il pensiero, come dice lei – forma delle immagini?".

Forse per sentirsi protetto? Per essere al sicuro contro il pericolo? Per avere certezze, per evitare la confusione? Anche la più piccola parte del cervello per funzionare bene, in maniera efficiente, deve avere delle certezze, deve sentirsi al sicuro. Se poi quelle certezze e quella sicurezza sono un'illusione o un'invenzione del pensiero, come lo sono la fede o la credenza, in realtà non ha alcuna importanza, purché quell'area agitata del cervello si senta al sicuro, tranquilla, senza incertezze.

Noi moriamo in questa illusione. Accompagnato dalle immagini, come ad esempio il nazionalismo, e le immagini che si trovano in tutti i templi del mondo, l'uomo vive e porta avanti il conflitto, il piacere, il dolore.
Queste immagini vengono fabbricate a non finire.

Ma solo quando noi percepiamo che esse ostacolano e gettano un'ombra sul rapporto reale e rotondo tra noi e gli altri, tra noi e quella nuvola, tra quell'albero e quei bambini, allora soltanto può tesserci amore.

 

 

11° Conversazione con Allan W. Anderson a San Diego - 1974
Lunedi 25 Febbraio 1974

Anderson: Mr. Krishnamurti, durante le nostre conversazioni è emerso qualcosa che mi ha lasciato a bocca aperta, direi. Cioè, da un lato abbiamo parlato del pensiero e della conoscenza e del loro rapporto disfunzionale ma lei non ha mai detto che dovremmo liberarci del pensiero, e non ha mai detto che la conoscenza come tale abbia qualcosa a che fare con questo. Quindi sorge la relazione fra l'intelligenza e il pensiero e la questione di ciò che sembra mantenere una relazione creativa fra intelligenza e pensiero, forse qualche attività primordiale che continua. E ripensandoci mi sono chiesto se lei concorda che forse nella storia dell'umanità il concetto di dio sia stato generato da una relazione con questa attività permanente, il cui concetto è stato enormemente abusato. Qui sorge tutta la questione del fenomeno della religione stessa. Potremmo parlare di questo?
Krishnamurti: Sì. Vede, parole come « religione » « amore » o « dio » hanno quasi perso il loro significato. Sono parole di cui si è abusato enormemente, e la religione è diventata una grande superstizione, una enorme propaganda, di incredibili credenze e superstizioni, con la venerazione di immagini costruite dalle mani e dalla mente. Perciò quando parliamo di religione vorrei, se possibile, essere certo che entrambi usiamo la parola « religione » nel senso vero della stessa, e non in senso cristiano, indù, musulmano, o buddista, o tutte le cose stupide che avvengono in questo paese in nome della religione. Penso che la parola « religione » significhi raccogliere insieme tutta l'energia, a tutti i livelli: fisico, morale, spirituale – a tutti i livelli, raccogliere tutta l'energia che darà vita a una grande attenzione. E in questa attenzione non ci sono frontiere, e noi partiamo da lì. Per me è questo il significato della parola: raccogliere tutta l'energia per comprendere quello che il pensiero non può assolutamente catturare. Il pensiero non è mai nuovo, mai libero, e quindi è sempre condizionato, frammentario, ecc. – ne abbiamo già parlato. La religione non è una cosa costruita dal pensiero, o dalla paura, o per la ricerca di soddisfazione e piacere, ma qualcosa di completamente al di là di tutto questo, che non è romanticismo, fede speculativa, o sentimentalismo. Penso che se potessimo attenerci a questo, al significato di questa parola, scartando tutte le sciocchezze superstiziose che avvengono nel mondo in nome della religione, che è diventata una specie di circo per quanto bella possa essere; allora, penso che potremmo partire da lì, se vuole, se è d'accordo sul significato della parola.
Anderson: Mentre lei parlava pensavo che nella tradizione biblica ci sono affermazioni di profeti che sembrano indicare quello che sta dicendo lei. Mi viene in mente Isaia che prende le parti del divino quando dice: « I miei pensieri non sono i tuoi, le mie vie non sono le tue, così come i cieli sovrastano la terra i miei pensieri sovrastano i tuoi »; quindi smetti di pensare a me in quel senso.
Anderson: E non cercare di un mezzo per raggiungermi, perché le mie vie sono ben più alte delle tue. Così, mentre lei parlava stavo pensando a questo atto di attenzione, a questo raccogliere tutte le energie umane, e al semplice: « Rimani immobile e sappi che io sono dio ». Rimani immobile. E » incredibile, quando si pensa alla storia della religione, quanta poca attenzione sia stata data a questo piuttosto che ai rituali.
Krishnamurti: Ma penso che quando abbiamo perso il contatto con la natura, con l'universo, con le nuvole, i laghi, gli uccelli, quando abbiamo perso contatto con tutto questo, sono arrivati i preti. Tutte le superstizioni, le paure, lo sfruttamento – tutto questo ha avuto inizio. Il prete è diventato il mediatore fra l'umano e il cosiddetto divino. Se lei ha letto i Rig Veda, – mi hanno detto, perché io non leggo questi libri – nei primi Veda non si fa assolutamente cenno a dio. C'è soltanto un'adorazione per qualcosa di immenso, espresso nella natura, nella terra, nelle nuvole, negli alberi, nella bellezza della visione. Una cosa molto, molto semplice, e i preti dissero che era troppo semplice.
Anderson: Confondiamolo un po’.
Krishnamurti: Mescoliamo un po’ le cose, confondiamole un tantino. E tutto ha avuto inizio. Penso si possa rintracciare dagli antichi Veda fino ad oggi, quando i preti divennero gli interpreti, i mediatori, gli illustratori, gli sfruttatori, coloro che dissero cosa è giusto e cosa è sbagliato, che devi credere altrimenti sarai perduto, e così via, così via. Generarono la paura, non più adorazione della bellezza, non più adorazione della vita vissuta totalmente, pienamente, senza conflitto, ma qualcosa posto là fuori, al di là e al di sopra, che essi consideravano dio e propagandavano. Penso che dovremmo usare la parola « religione » nel modo più semplice, cioè, come raccolta di tutta l'energia, in modo che vi sia un'attenzione totale, e in quella qualità di attenzione l'incommensurabile si manifesta. Perché, come abbiamo detto l'altro giorno, ciò che è misurabile è meccanico. In occidente lo si è coltivato, reso meraviglioso, in campo tecnologico, materiale – con la medicina, le scienze, la biologia, ecc. – e questo ha reso il mondo molto superficiale, meccanico, mondano, materialistico e questo si sta diffondendo in tutto il mondo. Come reazione a questo atteggiamento materialistico sono sorte tutte le superstiziose, assurde e irrazionali religioni esistenti. Non so se l'altro giorno ha sentito di tutti quei guru che arrivano dall'India e insegnano agli occidentali come meditare, come trattenere il respiro e dicono: « Io sono dio, adorami », e molti si prostrano ai loro piedi, è una cosa talmente assurda e infantile, talmente immatura! Sono cose che indicano il degrado della parola « religione » e della mente umana che accetta questo genere di circo e idiozie.
Anderson: Stavo pensando a un commento di Sri Aurobindo in un suo studio sui Veda, in cui traccia il loro declino in questa frase. Disse che tutto questo passò verbalmente dai saggi ai preti, e successivamente agli studiosi, o agli accademici. Ma in quello studio non ho trovato nessuna affermazione di come mai sia caduto nelle mani dei preti. E mi stavo chiedendo se ...
Krishnamurti: Penso sia molto semplice.
Anderson: Sì, dica.
Krishnamurti: Penso sia molto semplice, capire come i preti si siano impossessati della faccenda. Perché l'uomo è troppo preoccupato dei suoi affari meschini, dei suoi piccoli desideri, ambizioni, superficialità, e vuole sempre un po’ di più: un po’ più romanticismo, un po » più sentimentalismo, qualcosa d'altro rispetto alla orrenda routine della vita quotidiana. Allora si guarda intorno e i preti dicono: « Ehi, vieni da me, ho qualcosa di buono per te ». Penso sia molto semplice capire come sono arrivati i preti. Lo vediamo in India, lo vediamo in occidente. Lo si vede dovunque l'uomo comincia a preoccuparsi di come vivere, di come guadagnarsi il pane, avere una casa e tutto il resto, vuole qualcosa in più oltre a questo. E dice che dopo tutto dovrà morire, ma ci deve essere qualcosa di più.
Anderson: Sostanzialmente è una questione di assicurarsi qualcosa ...
Krishnamurti: ... la grazia del cielo.
Anderson: ... la grazia del cielo che lo protegga da questo triste cerchio di nascita e morte. Da un lato pensare al passato, e anticipare il futuro dall'altro, lei sta dicendo che l'uomo manca il momento presente.
Krishnamurti: Sì, esatto.
Anderson: Capisco.
Krishnamurti: Se ci atteniamo al significato della parola « religione », sorge la seguente domanda: può la mente essere così attenta, nel vero senso della parola, che l'innominabile si manifesti? Vede, personalmente non ho mai letto niente di queste cose: Veda, Bhagavad-Gita, Upanishad, Bibbia, e tutto il resto, o altre filosofie. Ma ho messo in questione tutto.
Anderson: Sì.
Krishnamurti: Non ho solo messo in questione, ma osservato. E si vede l'assoluta necessità di una mente completamente quieta. Perché soltanto nella quiete si può percepire ciò che accade. Se chiacchiero, non l'ascolto. Se la mia mente rumoreggia continuamente, non faccio attenzione a quello che lei dice. Prestare attenzione significa essere quieti.
Anderson: Ci sono stati dei preti – che hanno avuto un mucchio di problemi per questo – alcuni preti, sembra che l'abbiano capito. Meister Eckhart sottolineava che chi è in grado di leggere il libro della natura non ha affatto bisogno delle scritture.
Krishnamurti: Assolutamente, esatto.
Anderson: E naturalmente ha avuto molti problemi. Verso la fine passò dei brutti momenti, e dopo la sua morte la chiesa lo stigmatizzò.
Krishnamurti: Certamente. I credi organizzati come chiese, e tutto il resto, è talmente ovvio! Non è così sottile, non ha la qualità di una vera profonda spiritualità. Lei sa che cos'è.
Anderson: Sì, certo.
Krishnamurti: Quindi mi chiedo: qual è la qualità di una mente, – e quindi di un cuore e un cervello – qual è la qualità di una mente che può percepire qualcosa al di là della dimensione del pensiero? Qual è la qualità di una tale mente? Perché questa qualità è la mente religiosa. La qualità di una mente che è capace, che ha questo senso di essere sacra in se stessa e quindi in grado di vedere qualcosa di immensamente sacro.
Anderson: La parola « devozione » sembra contenere questo, quando viene afferrata nel suo vero senso. Usando la sua frase di prima « raccogliere insieme un'attenzione, unidirezionale ... »
Krishnamurti: Direbbe che l'attenzione è unidirezionale?
Anderson: No, non intendevo dire focalizzata su un punto.
Krishnamurti: Appunto, me lo chiedevo.
Anderson: Dicevo piuttosto integrata in sé, in quanto completamente silenziosa e non preoccupata di pensare al futuro o al passato. Essere soltanto lì. Anche dire « lì » non va bene, perché suggerisce un « dove » e un « qui », e tutto il resto. E » molto difficile trovare un linguaggio giusto per quello che lei dice perché quando parliamo il discorso è nel tempo ed è progressivo, ha un po » la qualità della musica più che dell'arte grafica. Possiamo fermarci di fronte a un dipinto, mentre per ascoltare la musica e afferrarne il tema bisogna aspettare fino alla fine e mettere tutto assieme.
Krishnamurti: Sì.
Anderson: E con il linguaggio abbiamo la stessa difficoltà.
Krishnamurti: No, penso, a proposito di questo problema: qual è la natura e la struttura di una mente, e quindi la qualità di una mente, che è non solo sacra e santa in se stessa, ma capace di vedere qualcosa di immenso? L'altro giorno parlavamo della sofferenza, personale e del mondo, non è che dobbiamo soffrire, la sofferenza c'è. Ogni essere umano la prova. E c'è la sofferenza del mondo. Non che la si debba vivere, ma dal momento che c'è bisogna comprenderla e andare oltre. Questa è una delle qualità di una mente religiosa, nel senso che diamo a questa parola, che è incapace di soffrire, perché è andata oltre. Il che non significa che diventa insensibile. Anzi, è una mente appassionata.
Anderson: Una delle cose su cui ho riflettuto molto durante queste conversazioni è il linguaggio. Da una parte diciamo che una tale mente, come lei la descrive, è presente alla sofferenza. Non fa nulla per respingerla, da una parte, eppure è capace di contenerla, non mettendola in un vaso, non contenerla in quel senso, e tuttavia la parola stessa « soffrire » significa sop-portare Che si avvicina molto a « com-prendere ». Nelle nostre conversazioni ho continuato a pensare all'uso abituale del linguaggio, che ci priva di vedere veramente la magnificenza di ciò che la parola indica. Pensavo alla parola « religione » prima mentre parlavamo. Gli studiosi non concordano sulla sua origine: da una parte dicono che significa legare.
Krishnamurti: Legare.
Anderson: I padri della chiesa ne hanno parlato. E altri invece dicono che significa divino, splendore, ciò che non può essere consumato dal pensiero. A me sembra che ci sia un altro significato di « legare » che non è negativo, nel senso che in questo atto di attenzione, non si è legati come con una corda. Ma si è lì, o qui.
Krishnamurti: Di nuovo, cerchiamo di essere chiari. Usando la parola « attenzione », c'è differenza fra concentrazione e attenzione. Concentrazione è esclusione. Io mi concentro, cioè porto tutto il mio pensiero su un punto, che quindi esclude, costruisco una barriera per focalizzare la concentrazione su quello. Mentre l'attenzione è del tutto diversa dalla concentrazione. Non c'è nessuna esclusione. Non c'è resistenza, non cè sforzo. E quindi non ci sono frontiere o limiti.
Anderson: Cosa direbbe del termine « ricettivo » in proposito?
Krishnamurti: Di nuovo, chi è « ricettivo »?
Anderson: C'è già una divisione.
Krishnamurti: Una divisione.
Anderson: Con questa parola.
Krishnamurti: Sì. Penso che « attenzione » sia un'ottima parola. Non solo comprende la concentrazione, non solo vede la dualità della ricezione – colui che riceve e la cosa ricevuta – vede anche la natura della dualità e il conflitto degli opposti, attenzione significa che non c'è solo l'energia del cervello ma anche quella della mente, del cuore, dei nervi, tutto, tutta la mente umana mette energia per percepire. Penso sia questo il significato di questa parola, almeno, per me, essere attenti, presenti. Non concentrati, presenti. Che significa ascoltare, vedere, con tutto il cuore, con tutta la mente, attenti con tutto il nostro essere, altrimenti non possiamo essere attenti. Se sto pensando ad altro non sono attento. Se sto ascoltando la mia voce, non sono attento.
Anderson: C'è un uso metaforico della parola « attendere » nelle scritture. E » interessante che anche in inglese, usiamo la parola « attendente » per dire « colui che attende ». Sto cercando di approfondire il senso di attendere e pazienza in merito a questo.
Krishnamurti: Penso che, di nuovo, aspettare significa « qualcuno che aspetta qualcosa ». C'è ancora una dualità. E quando si attende ci si aspetta qualcosa. Ancora dualità. Aspettarsi di ricevere. Se per il momento potessimo attenerci alla parola « attenzione », allora dovremmo indagare qual è la qualità di una mente che è così attenta e che ha compreso, vive e agisce nella relazione comportandosi con responsabilità, e che non ha paura, psicologicamente, di quello di cui abbiamo parlato, e che quindi comprende il movimento del piacere. E allora ci chiediamo: qual è una tale mente? Penso che varrebbe la pena di parlare della natura delle ferite.
Anderson: Delle ferite? Sì.
Krishnamurti: Perché gli esseri umani si sentono feriti? Tutti lo sono.
Anderson: Intende sia fisicamente che psicologicamente?
Krishnamurti: Soprattutto psicologicamente.
Anderson: Specialmente le ferite psicologiche, sì.
Krishnamurti: Fisicamente le possiamo sopportare. Possiamo sopportare un dolore e dire « Non lascerò che interferisca con il mio pensiero. Non permetterò che corroda la qualità psicologica della mente. » La mente lo può vedere. Ma le ferite psicologiche sono più importanti e difficili da affrontare e comprendere. Penso sia necessario perché una mente ferita non è una mente innocente. La parola « innocente » deriva da « innocere », non ferire. Una mente incapace di essere ferita. C'è una grande bellezza in questo.
Anderson: Sì. E » una parola meravigliosa. Di solito viene usata nel senso di mancanza di qualcosa.
Krishnamurti: Lo so.
Anderson: Sì, e c'è di nuovo un capovolgimento.
Krishnamurti: E i cristiani ne hanno fatto una cosa tanto assurda!
Anderson: Sì, capisco.
Krishnamurti: Quindi, parlando di religione, penso che dovremmo indagare molto, molto a fondo la natura delle ferite, perché una mente che non è ferita è una mente innocente. E abbiamo bisogno di questa qualità di innocenza per essere completamente attenti.
Anderson: Se ho capito bene, penso che forse lei direbbe che si viene feriti quando si comincia a pensare di essere feriti.
Krishnamurti: E » molto più profondo di così, non è vero? Fin dall'infanzia i genitori paragonano un figlio con l'altro.
Anderson: Ed è allora che sorge il pensiero.
Krishnamurti: Esatto. Quando si paragona, si ferisce.
Anderson: Sì.
Krishnamurti: No, ma vede, noi lo facciamo.
Anderson: Oh sì, certo.
Krishnamurti: Quindi, è possibile educare un bambino senza fare paragoni, senza imitazioni? E quindi non essere mai feriti in quel modo? E si viene feriti perché si è costruita un'immagine di sé. L'immagine, che si costruisce di se stessi, è una forma di resistenza, un muro fra lei e me. E quando lei tocca quel muro in un punto debole, mi sento ferito. Quindi nell'educazione non bisogna fare paragoni, niente immagini di se stessi. Questa è una delle cose più importanti nella vita, non avere un'immagine di sé. Se l'abbiamo, verremo per forza feriti. Supponiamo che qualcuno abbia l'immagine di essere buono, o di avere grande successo, o di essere molto capace, in gamba, – sa, tutte quelle immagini che uno si fa – ci sarà sempre qualcuno che verrà a pungerla. Succederà per forza qualcosa che infrangerà quell'immagine e si sentirà ferito.
Anderson: Non riguarda anche la questione del nome?
Krishnamurti: Oh sì.
Anderson: L'uso del nome.
Krishnamurti: Il nome, la forma.
Anderson: Viene dato un nome al bambino, ed egli si identifica con quel nome.
Krishnamurti: Sì, il bambino può identificarsi, ma un semplice nome, senza l'immagine – Mr. Brown – non è niente! Ma quando si costruisce l'immagine che Mr. Brown è socialmente, moralmente diverso, superiore o inferiore, o appartenente a una famiglia molto antica, o parte di una classe superiore, un'aristocrazia, quando comincia quel gioco e viene incoraggiato e sostenuto dal pensiero – con lo snobismo eccetera, sa com'è – allora verrà per forza ferito.
Anderson: Lei sta dicendo che c'è una radicale confusione nell'immaginarsi di essere il proprio nome.
Krishnamurti: Sì. L'identificazione con il nome, con il corpo, con l'idea di essere socialmente differenti, che i tuoi genitori, i tuoi nonni, erano dei lord, questo o quello. Lei conosce lo snobismo che c'è in Inghilterra, le varie forme di snobismo in questo paese.
Anderson: Parliamo in un certo modo per conservare il nome.
Krishnamurti: Sì. E in India ci sono i bramini, i non-bramini, e tutto il resto. Quindi, tramite l'educazione, la tradizione, e la propaganda, abbiamo costruito un'immagine di noi stessi.
Anderson: C'è un collegamento nella religione, secondo lei, nella tradizione ebraica, per esempio, di rifiutare di pronunciare il nome di dio?
Krishnamurti: La parola non è la cosa, comunque. Quindi lo si può pronunciare oppure no. Sapendo che la parola non è mai la cosa, che la descrizione non è mai la cosa descritta, allora non ha importanza.
Anderson: No. Una delle ragioni per cui sono sempre stato molto attratto per lo studio delle radici delle parole è perché spesso indicano qualcosa di molto concreto. Può essere una cosa o un gesto, il più delle volte un'azione.
Krishnamurti: Esatto.
Anderson: Qualche azione. Quando ho usato la frase « pensare al pensare », avrei dovuto essere più attento alle mie parole e riferirmi al rimuginare sull'immagine, che sarebbe stato un modo migliore di dirlo, no?
Krishnamurti: Sì.
Anderson: Sì.
Krishnamurti: Allora, può un bambino essere educato senza essere mai ferito? Ho sentito dei professori, degli studiosi dire che un bambino deve essere ferito per poter vivere nel mondo. E quando ho chiesto a uno: « Lei vorrebbe che suo figlio venisse ferito? » è rimasto in silenzio. Stava solo parlando teoricamente. Ora, purtroppo, attraverso l'educazione, la struttura sociale e la natura della società in cui viviamo, siamo stati feriti, abbiamo delle immagini di noi che verranno ferite, è possibile non creare affatto delle immagini? Non so se sono stato chiaro.
Anderson: Sì, certo.
Krishnamurti: Supponiamo che io abbia un'immagine di me, che per fortuna non ho, se ho un'immagine, è possibile spazzarla via, comprenderla e quindi dissolverla e non creare mai più nuove immagini di me stesso? Capisce? Vivendo in una società, essendo stato educato, ho costruito un'immagine, è inevitabile. Può quell'immagine essere spazzata via?
Anderson: Non dovrebbe scomparire con un atto di attenzione totale?
Krishnamurti: E » proprio lì che voglio arrivare. Sparirebbe completamente. Ma devo capire come è nata quell'immagine. Non basta dire che si vuole spazzarla via.
Anderson: Sì, dobbiamo ...
Krishnamurti: Usare l'attenzione come mezzo per cancellarla – non funziona così. Comprendendo l'immagine, comprendendo le ferite, nel comprendere l'educazione, in cui si è cresciuti nella famiglia, nella società – tutto quanto, nel comprendere queste cose, dalla stessa comprensione nasce l'attenzione, non c'è prima l'attenzione e poi la cancellazione. Non si può essere attenti se si è feriti. Se sono ferito, come faccio ad essere attento? Perché la ferita mi terrà lontano, consciamente o inconsciamente, da questa attenzione totale.
Anderson: La cosa incredibile, se capisco bene, è che, perfino nello studio di storie disfunzionali – se io presto totale attenzione – ci sarà una relazione atemporale fra ...
Krishnamurti: Assolutamente, giusto.
Anderson: ... l'atto di attenzione e la guarigione avvengono insieme. Mentre sono attento la cosa se ne va.
Krishnamurti: La cosa se ne va, sì, esatto.
Anderson: E » come passarci attraverso. Sì, esatto.
Krishnamurti: Qui ci sono due domande: è possibile guarire le ferite così che non rimangano segni? Ed è possibile prevenire completamente altre ferite, senza alcuna resistenza? Capisce? Questi sono i due problemi. E possono essere compresi e risolti soltanto quando do attenzione alla comprensione delle mie ferite. Quando le guardo, senza tradurle, senza volerle spazzare via, le guardo soltanto – come dicevamo parlando della percezione – semplicemente guardare le mie ferite. Le ferite ricevute: gli insulti, la negligenza, le parole offensive, i gesti – tutte le ferite. E il linguaggio che si usa, specialmente in questo paese.
Anderson: Oh sì, sì. Sembra esserci una relazione fra quello che lei dice e uno dei significati della parola « salvezza ».
Krishnamurti: « Salvare »
Anderson: Salvare.
Krishnamurti: Salvare.
Anderson: Essere intero.
Krishnamurti: Essere intero. Come fai ad essere intero, se sei ferito?
Anderson: Impossibile.
Krishnamurti: Quindi è importantissimo comprendere la questione.
Anderson: Sì. Ma penso a un bambino che viene a scuola, che ha già un carro merci carico di ferite.
Krishnamurti: Lo so – ferite.
Anderson: Non abbiamo a che fare con un bimbo nella culla adesso, ma già ...
Krishnamurti: Già ferito.
Anderson: Già ferito. E ferisce perché è ferito. Moltiplicandosi all'infinito.
Krishnamurti: Certamente. E » ferito ed è violento. E » ferito, ha paura e quindi si ritira. Essendo ferito si comporta in modo nevrotico. Accetterà qualsiasi cosa che lo salvi – dio, la sua idea di un dio che non lo ferirà mai.
Anderson: Talvolta si fa una distinzione fra noi e gli animali a questo proposito. Per esempio, un animale brutalmente ferito sarà pronto ad attaccare chiunque in caso di pericolo.
Krishnamurti: Attaccare.
Anderson: Ma dopo un po’ di tempo – diciamo 3 o 4 anni – se l'animale è amato e ...
Krishnamurti: Vede, lei ha detto « amato ». Noi non abbiamo avuto questa cosa.
Anderson: No.
Krishnamurti: I genitori non hanno amore per i figli. Possono parlare di amore. Ma quando paragonano il figlio minore con il maggiore feriscono il bambino. « Tuo padre era così in gamba e tu sei così stupido ». E si comincia così. A scuola quando si danno i voti, si è feriti – non sono voti – sono delle ferite! Questo viene memorizzato e causa violenza, ogni genere di aggressività, sa cosa accade. Quindi, una mente non può essere integra se non si comprende profondamente tutto questo.
Anderson: La questione su cui riflettevo prima riguardo a quello che si diceva è che l'animale, se amato – sempre che non abbia subito danni al cervello o altro – col tempo ricambierà l'amore. Ma con la persona umana l'amore non può essere forzato in quel senso. Non è che si costringa l'animale ad amare, ma questi, essendo innocente, col tempo semplicemente risponde, accetta.
Krishnamurti: Accetta.
Anderson: Ma la persona fa qualcosa che l'animale non fa.
Krishnamurti: No. L'essere umano è ferito e ferisce continuamente.
Anderson: Esatto. Rimuginando sulle sue ferite fraintende i gesti di generosità e amore fatti nei suoi confronti. Quindi siamo di fronte a qualcosa di tremendo: quando il bambino va a scuola, verso i sette anni ...
Krishnamurti: ... è già rovinato, finito, torturato. Questa è la tragedia, intendo dire.
Anderson: Sì, lo so. E quando ci poniamo la sua domanda se vi sia un modo di educare il bambino in modo che ...
Krishnamurti: ... non sia mai ferito! Fa parte dell'educazione, della cultura. La civiltà ferisce. Guardi, lo si vede dovunque nel mondo, questo continuo paragonare, imitare, dicendo che « tu sei così, io devo essere come te. Devo essere come Krishna, come Buddha, come Gesù » – capisce? Sono tutte ferite. La religione ferisce le persone.
Anderson: Il bambino nasce da genitori feriti, poi va a scuola dove impara da insegnanti feriti. Ora ci chiediamo: c'è un modo di educare il bambino, così che possa guarire?
Krishnamurti: Io dico che è possibile.
Anderson: Sì, la prego.
Krishnamurti: Cioè, quando l'insegnante capisce, quando si rende conto di essere ferito e che anche il bambino lo è, è conscio delle sue ferite e di quelle del bambino, allora la relazione cambia. E allora, nell'atto stesso di insegnare matematica o altre materie, non libera solo se stesso dalla proprie ferite, ma aiuta anche il bambino a fare lo stesso. In fin dei conti, questa è educazione: vedere che io, che sono l'insegnante, sono ferito, ho vissuto il tormento delle ferite e voglio aiutare il bambino a non essere ferito, e lui viene a scuola già ferito. Così gli dico: « Va bene siamo feriti entrambi, amico mio, vediamo, aiutiamoci a vicenda a spazzare via tutto ». Questo è l'azione dell'amore.
Anderson: Paragonando l'organismo umano a quello animale, torno alla questione, se sia possibile che la relazione con un altro essere umano « debba » portare questa guarigione.
Krishnamurti: Ovviamente, se esiste la relazione, abbiamo detto che può esistere solo quando non c'è nessuna immagine fra lei e me.
Anderson: Diciamo che c'è un insegnante, che l'abbia compreso in se stesso, molto a fondo, come dice lei, che abbia approfondito la questione davvero, e sia arrivato al punto in cui non sia più legato alle ferite. Il bambino che incontra, o il giovane studente che incontra, o perfino uno studente coetaneo, – perché abbiamo studenti adulti – è una persona ferita e non ...
Krishnamurti: ... trasmetterà la ferita a un altro?
Anderson: No, perché lui è legato alle ferite, e potrà fraintendere quello che fa la persona che non lo è.
Krishnamurti: Ma non ci sono persone che non siano legate alle ferite, eccetto pochissime. Senta, a me sono capitate moltissime cose personalmente, e non sono mai stato ferito. Lo dico in tutta umiltà, in senso vero, non so che cosa significhi essere ferito. Mi sono capitate molte cose, mi hanno fatto di tutto: elogiato, adulato, preso in giro, di tutto. E » possibile. E come insegnante, come educatore, vedere il bambino. E » mia responsabilità come educatore fare in modo che non sia mai ferito, e non solo insegnare orrende materie. E » molto più importante.
Anderson: Penso di capire quello che sta dicendo. Non penso che potrei mai dire di non essere mai stato ferito. Nonostante abbia delle difficoltà, fin da bambino, sono perfino stato rimproverato di rimurginarci sopra. Ricordo che un mio collega una volta mi disse, mentre stavamo parlando di una situazione in cui c'erano dei conflitti nella facoltà: « Il problema con te è che tu non riesci a odiare ». E la cosa veniva vista come un disordine per l'incapacità di focalizzarsi sul nemico, in modo tale da dedicarvi tutta l'attenzione.
Krishnamurti: La sanità di mente presa per insanità.
Anderson: Sì, quindi la mia risposta fu semplice, « E » vero, e dovremmo prenderne atto, non intendo fare nulla al riguardo ».
Krishnamurti: Giusto, giusto.
Anderson: Ma questo non aiutò la situazione riguardo alla relazione.
Krishnamurti: Allora la domanda è: nell'educazione, può un insegnante, un educatore, osservare le sue ferite, diventarne cosciente, e nel suo rapporto con lo studente risolvere le sue ferite e quelle dell'altro? Questo è il problema. E'possibile, se l'insegnante è davvero, nel senso profondo della parola, un educatore, cioè, « colto ». La domanda successiva è: la mente è capace di non essere ferita, sapendo di esserlo stata? Mi segue? Non aggiungere altre ferite. Giusto?
Anderson: Sì.
Krishnamurti: Ho questi due problemi: primo: essere feriti – che è il passato – e non essere mai più feriti. Il che non significa che costruiscono un muro di resistenza, che mi ritraggo, che mi ritiro in un monastero, o che divento un drogato, o altre stupidaggini del genere, ma basta ferite. E » possibile? Vede le due questioni? Ora, che cosa è ferito? Che cosa viene ferito? Capisce?
Anderson: Sì.
Krishnamurti: Abbiamo detto che le ferite fisiche non sono come quelle psicologiche.
Anderson: No.
Krishnamurti: Quindi abbiamo a che fare con le ferite psicologiche. Che cosa viene ferito? La psiche? L'immagine che ho di me?
Anderson: E’ un investimento da parte mia.
Krishnamurti: Sì, ho investito in me stesso.
Anderson: Sì. Mi sono diviso da me stesso.
Krishnamurti: Sì. Perché mai dovrei investire in me stesso? Che cos'è me stesso? Capisce?
Anderson: Sì, certo.
Krishnamurti: ... in cui devo investire qualcosa? Che cos'è me stesso? Tutte le parole, i nomi, le qualità, l'educazione, il conto in banca, i mobili, la casa, le ferite – tutto questo sono io.
Anderson: Cercando di rispondere alla domanda « cos'è me stesso », devo immediatamente ricorrere a tutta questa roba.
Krishnamurti: Ovviamente.
Anderson: Non c'è altro modo. E quindi non lo capisco. Poi elogio me stesso perché devo essere meraviglioso per cavarmela in qualche modo.
Krishnamurti: Esatto.
Anderson: Capisco quello che intende. Stavo pensando un attimo fa quando stava dicendo se è possibile per l'insegnante essere in relazione con lo studente, in modo che vi sia un lavoro, un atto di guarigione.
Krishnamurti: E » questo che farei se fossi in classe, comincerei da qui, non dalle materie! Direi, « Guardate, voi siete feriti e anch'io lo sono, entrambi siamo feriti ». E parlerei di quello che le ferite fanno, di come uccidono, distruggono le persone, e da questo nasce la violenza, la brutalità, e a mia volta voglio ferire gli altri. Capisce? Tutte queste cose. Dedicherei dieci minuti a parlare di questo tutti i giorni, in modi diversi, finché entrambi lo vediamo. Come educatore userei le parole giuste, e anche gli studenti lo faranno, non ci saranno né gestacci, né irritazione, siamo entrambi coinvolti in tutto questo. Ma noi non lo facciamo. Appena entriamo in classe prendiamo un libro e via. Se fossi un educatore, lavorando sia con gli adulti sia con i giovani, stabilirei questo rapporto. Questo è mio il compito, il mio lavoro, la mia funzione, non solo trasmettere delle informazioni.
Anderson: Sì, è molto profondo. Penso che una delle ragioni per cui quello che lei ha detto sia tanto difficile per un educatore cresciuto nell'ambito accademico ...
Krishnamurti: Sì, perché siamo così vanitosi.
Anderson: Esatto. Non solo vogliamo sentire che è possibile, che questa trasformazione possa avvenire, ma vogliamo che sia dimostrata, provata e quindi non solo possibile, ma prevedibilmente certa.
Krishnamurti: Certa, sì.
Anderson: E ricadiamo nello stesso gioco.
Krishnamurti: Siamo di nuovo nella stessa robaccia. Esatto.
Anderson: La prossima volta potremmo parlare della relazione dell'amore con questo?
Krishnamurti: Sì.
Anderson: Mi piacerebbe molto e mi sembra che ...
Krishnamurti: ... vadano di pari passo.
Anderson: ... procedono insieme.